Con l’avanzare dell’età non cambia solo il cervello: cambia anche il microbiota intestinale, cioè l’insieme di microrganismi che vivono nel nostro intestino. E secondo un nuovo studio pubblicato su Nature, queste trasformazioni potrebbero influire anche sulla memoria.

La ricerca, condotta da un gruppo guidato da Maayan Levy e Christoph Thaiss tra Arc Institute e Stanford University, ha osservato nei topi che l’aumento di un particolare batterio, Parabacteroides goldsteinii, è associato a un peggioramento delle capacità cognitive. In altre parole, alcuni cambiamenti del microbiota legati all’età potrebbero contribuire direttamente al declino della memoria.

Si tratta di risultati ancora limitati ai modelli animali, quindi non trasferibili automaticamente all’uomo. Ma lo studio offre uno spunto molto interessante: il dialogo tra intestino e cervello potrebbe avere un ruolo più importante del previsto nell’invecchiamento.

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Quando il microbiota “invecchia” il cervello

Da tempo gli scienziati sanno che il microbiota cambia con l’età. Quello che era meno chiaro, però, è se questi cambiamenti siano solo una conseguenza dell’invecchiamento oppure se possano contribuire in modo attivo al peggioramento di alcune funzioni, come la memoria.

Per cercare di capirlo, i ricercatori hanno messo a contatto topi giovani con topi anziani. Dopo qualche settimana, i giovani avevano sviluppato un microbiota più simile a quello dei topi vecchi. Ma non solo: nei test mostravano anche prestazioni peggiori nella memoria e nell’apprendimento spaziale.

Il risultato è stato confermato anche con un altro esperimento: trasferendo il microbiota intestinale di topi anziani in topi privi di microbi, anche questi ultimi sviluppavano problemi cognitivi. Al contrario, quando il microbiota veniva eliminato o drasticamente ridotto con antibiotici, il peggioramento non si osservava oppure migliorava. Questo suggerisce che i microrganismi intestinali non siano semplici spettatori, ma possano avere un ruolo attivo.

Il principale sospettato: Parabacteroides goldsteinii

Per capire quali batteri fossero coinvolti, gli autori hanno seguito il microbiota dei topi lungo tutta la vita. Tra i microrganismi che aumentavano con l’età, uno in particolare ha attirato l’attenzione: Parabacteroides goldsteinii.

Quando questo batterio veniva introdotto in topi giovani, da solo era sufficiente a causare un peggioramento della memoria. Altri microrganismi, pur presenti anch’essi in quantità maggiori con l’età, non producevano lo stesso effetto.

Questo è un punto importante, perché sposta il discorso da una generica “disbiosi” a qualcosa di più preciso: non tutti i cambiamenti del microbiota hanno lo stesso peso, e alcuni potrebbero avere effetti molto concreti sul funzionamento del cervello.

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Il nervo vago come ponte tra intestino e cervello

Uno degli aspetti più affascinanti dello studio riguarda il percorso con cui l’intestino comunica con il cervello. I ricercatori hanno individuato nel nervo vago un passaggio chiave.

Il nervo vago è una sorta di grande autostrada di comunicazione tra organi interni e sistema nervoso centrale. Trasporta continuamente segnali dal tratto gastrointestinale al cervello, contribuendo a regolare molte funzioni, tra cui fame, digestione, infiammazione e probabilmente anche alcuni aspetti cognitivi.

Nei topi esposti a un microbiota “anziano” o al solo P. goldsteinii, questa comunicazione risultava alterata. In particolare, il cervello mostrava una minore attivazione dell’ippocampo, una struttura fondamentale per la formazione dei ricordi. Non sembrava quindi un danno anatomico evidente, ma piuttosto un problema di trasmissione dei segnali: come se il cervello ricevesse meno bene i messaggi provenienti dall’intestino.

Secondo gli autori, questo fenomeno potrebbe rappresentare una sorta di “riduzione della sensibilità interna” legata all’età: non solo vediamo o sentiamo peggio, ma potremmo anche percepire meno bene i segnali che arrivano dal nostro stesso corpo.

Il ruolo dei grassi prodotti dai batteri

Ma in che modo un batterio intestinale riesce a influenzare il cervello? La risposta, almeno in questo studio, sta nei metaboliti, cioè nelle sostanze chimiche prodotte dai microrganismi.

Parabacteroides goldsteinii produce in particolare alcuni acidi grassi a catena media, molecole che nei topi si accumulavano con l’età e che, somministrate da sole, riproducevano gli stessi effetti negativi sulla memoria. Queste sostanze riducevano infatti l’attivazione del nervo vago e, di conseguenza, la risposta di alcune aree cerebrali coinvolte nella memoria.

Questo passaggio è importante perché indica che non conta solo la presenza del batterio, ma anche ciò che produce. Ed è proprio su questi metaboliti che, in futuro, potrebbero concentrarsi eventuali strategie terapeutiche.

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Infiammazione e cellule immunitarie entrano in gioco

Lo studio ha poi mostrato che questi metaboliti attivano un recettore chiamato GPR84, presente soprattutto su alcune cellule del sistema immunitario, in particolare i macrofagi. Una volta attivati, questi macrofagi favoriscono una risposta infiammatoria periferica che finisce per disturbare la segnalazione vagale.

In sostanza, il meccanismo ipotizzato è questo: un batterio aumenta con l’età, produce particolari molecole, queste molecole attivano il sistema immunitario, l’infiammazione interferisce con il nervo vago e il cervello, soprattutto l’ippocampo, ne risente.

È una catena complessa, ma molto interessante perché collega in modo concreto microbiota, immunità, intestino e memoria.

Si potrà curare il declino cognitivo agendo sull’intestino?

Per ora è troppo presto per dirlo. I ricercatori hanno osservato miglioramenti nei topi intervenendo in modi diversi: riducendo il microbiota con antibiotici, colpendo selettivamente il batterio con un batteriofago, bloccando il recettore GPR84 oppure riattivando la segnalazione vagale.

Sono risultati promettenti, ma non significano che esista già una terapia pronta. Lo studio è stato condotto interamente sui topi e serviranno molte conferme prima di capire se lo stesso meccanismo esiste anche nell’uomo.

Le domande aperte sono ancora numerose. Per esempio: Parabacteroides goldsteinii aumenta davvero con l’età anche nelle persone? I suoi metaboliti si associano a un peggioramento della memoria negli anziani? E intervenire su questo asse intestino-immunità-vago può davvero portare benefici clinici?

Perché questa ricerca è importante

Il valore di questo lavoro sta soprattutto nel fatto che non si limita a osservare un’associazione, ma propone un vero e proprio circuito biologico che collega intestino e cervello. Non dice semplicemente che il microbiota cambia con l’età, ma suggerisce che alcuni di questi cambiamenti possano contribuire in modo diretto al declino cognitivo.

È un’idea che rafforza una visione sempre più attuale della medicina: l’intestino non è un organo isolato, ma partecipa a reti complesse che coinvolgono metabolismo, sistema immunitario e sistema nervoso.

Naturalmente bisogna evitare facili entusiasmi. Non siamo ancora di fronte a una cura per la perdita di memoria, né a una spiegazione completa dell’invecchiamento cerebrale. Però lo studio apre una strada nuova: capire se, almeno in parte, proteggere il cervello significhi anche prendersi cura dell’intestino.

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