C’è una forma di disturbo alimentare di cui si parla ancora poco, ma che negli ultimi anni sta attirando l’attenzione di pediatri, gastroenterologi, psicologi, nutrizionisti e ricercatori che studiano il microbiota intestinale. Si chiama ARFID, acronimo inglese di Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder, tradotto in italiano come disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo. È una diagnosi relativamente recente e indica una condizione in cui una persona limita in modo persistente la quantità o la varietà degli alimenti assunti, fino a sviluppare conseguenze fisiche, nutrizionali o sociali significative.
La prima cosa da chiarire è che l’ARFID non coincide con la comune selettività alimentare dell’infanzia. Molti bambini attraversano periodi in cui rifiutano verdure, cibi nuovi o consistenze particolari. Nella maggior parte dei casi si tratta di fasi transitorie, compatibili con una crescita normale e con una vita sociale non compromessa. Nell’ARFID, invece, la restrizione diventa più profonda e stabile. Può portare a perdita di peso, mancata crescita, carenze nutrizionali, necessità di supplementazione o, nei casi più severi, nutrizione artificiale. Può anche interferire con la scuola, la vita familiare, le uscite con gli amici e la partecipazione a momenti conviviali.
Un altro aspetto fondamentale è che l’ARFID non è guidato dal desiderio di dimagrire o dalla paura di ingrassare. Questo lo distingue da altri disturbi dell’alimentazione più noti, come anoressia nervosa o bulimia nervosa. Chi soffre di ARFID non evita il cibo perché vuole modificare il proprio corpo, ma per ragioni diverse: può provare disgusto verso determinate consistenze, odori o sapori; può avere scarso interesse per il cibo; oppure può temere conseguenze spiacevoli del mangiare, come nausea, vomito, soffocamento, dolore addominale o diarrea.
Questa varietà di motivazioni rende l’ARFID un disturbo molto eterogeneo. In alcuni casi il problema principale è sensoriale: il cibo viene rifiutato perché percepito come intollerabile per colore, odore, consistenza o temperatura. In altri casi domina la paura, spesso dopo un’esperienza negativa, come un episodio di soffocamento, vomito o dolore gastrointestinale. In altri ancora prevale una sorta di disinteresse per il mangiare, con scarso appetito o difficoltà a riconoscere i segnali corporei di fame. Proprio questa complessità spiega perché l’ARFID non possa essere liquidato come un capriccio o una cattiva abitudine educativa.
Perché una dieta troppo ristretta può pesare sull’intestino
L’interesse per il microbiota nasce da un dato semplice: i microrganismi che abitano l’intestino dipendono anche da ciò che mangiamo. Una dieta varia fornisce substrati diversi a comunità microbiche diverse. Fibre, carboidrati complessi, polifenoli e altri componenti degli alimenti vegetali contribuiscono a sostenere batteri capaci di produrre metaboliti importanti, tra cui gli acidi grassi a corta catena, molecole coinvolte nella salute della barriera intestinale, nella regolazione immunitaria e nella comunicazione tra intestino e cervello.
Quando la dieta si restringe drasticamente, anche l’ambiente intestinale cambia. Se una persona mangia sempre pochi alimenti, evita intere categorie alimentari o riduce molto l’apporto di fibre, il microbiota può ricevere meno “nutrimento” e diventare meno diversificato. Questo non significa che ogni bambino selettivo abbia un microbiota danneggiato, né che l’ARFID sia causato dal microbiota. Significa però che una restrizione alimentare importante, soprattutto se prolungata, può plausibilmente modificare l’ecosistema intestinale.
Una review pubblicata nel 2024 sull’International Journal of Eating Disorders ha proposto proprio questo modello: la dieta fortemente limitata tipica dell’ARFID potrebbe ridurre la diversità microbica e la presenza di batteri e metaboliti potenzialmente benefici, con effetti possibili sui segnali di fame e sazietà, sulla sensibilità sensoriale, sull’interocezione, sul disgusto, sulla paura legata al cibo, sull’umore e sui circuiti della ricompensa. Si tratta, però, di un modello concettuale. La ricerca è ancora all’inizio e non consente di stabilire un rapporto causa-effetto.
Il punto più interessante è che il microbiota non va immaginato come un semplice “bersaglio” della dieta, ma come parte di un sistema dinamico. La persona con ARFID restringe l’alimentazione; la restrizione può modificare il microbiota; il microbiota alterato potrebbe contribuire a sintomi gastrointestinali o a segnali corporei disturbati; questi sintomi, a loro volta, possono rafforzare l’evitamento del cibo. È un possibile circolo vizioso, non ancora dimostrato in tutti i suoi passaggi, ma biologicamente plausibile.
Che cosa dicono i primi studi sul microbiota nei bambini con ARFID
Le evidenze dirette sono ancora poche. Uno degli studi più rilevanti è stato pubblicato nel 2023 su Scientific Reports e ha analizzato il microbioma fecale di 102 bambini con ARFID e 33 bambini sani, utilizzando sia sequenziamento 16S rDNA sia metagenomica. I ricercatori hanno osservato differenze nella composizione del microbiota tra i due gruppi.
Nel gruppo con ARFID risultavano più rappresentati alcuni gruppi batterici, tra cui Enterobacterales, Enterobacteriaceae, Bacteroidaceae, Bacteroides e Bacteroides vulgatus. Nei controlli sani, invece, erano più arricchiti Actinobacteriota, Bifidobacteriales, Bifidobacteriaceae e Bifidobacterium. In altri termini, lo studio suggerisce che i bambini con ARFID possano avere un profilo microbico diverso da quello dei coetanei senza il disturbo, con una minore presenza di alcuni batteri considerati spesso associati a un ecosistema intestinale più favorevole.
È importante, però, non spingersi oltre ciò che lo studio consente di dire. La ricerca non dimostra che quelle alterazioni microbiche siano la causa dell’ARFID. Potrebbero essere una conseguenza della dieta ristretta. Potrebbero dipendere da altri fattori, come abitudini alimentari familiari, sintomi gastrointestinali, farmaci, storia clinica o differenze individuali. Potrebbero anche partecipare al mantenimento del disturbo, senza esserne l’origine primaria. Per questo, oggi è corretto parlare di associazione, non di causalità.
Lo stesso studio ha valutato anche alcune funzioni microbiche e geni di resistenza agli antibiotici. Le differenze funzionali complessive non erano così nette, ma sono emersi segnali specifici, tra cui una maggiore abbondanza di geni di resistenza ai macrolidi nel gruppo ARFID. Anche in questo caso, il dato è interessante dal punto di vista scientifico, ma deve essere interpretato con cautela. Non significa che l’ARFID “provochi” resistenza agli antibiotici, ma indica che il microbiota di questi bambini merita ulteriori approfondimenti.
Intestino e cervello: un dialogo che può influenzare il rapporto con il cibo
Il collegamento tra ARFID e microbiota diventa più comprensibile se si considera l’asse intestino-cervello. L’intestino e il sistema nervoso comunicano attraverso vie nervose, immunitarie, endocrine e metaboliche. Il microbiota partecipa a questa comunicazione producendo sostanze che possono influenzare la barriera intestinale, l’infiammazione, il metabolismo del triptofano, la produzione o modulazione di molecole legate alla serotonina e alla dopamina, e la risposta allo stress.
Nell’ARFID, molti aspetti clinici sembrano inserirsi bene in questa rete. Chi evita il cibo per paura delle conseguenze può essere molto attento ai segnali corporei provenienti dall’apparato digerente. Una sensazione di pienezza, gonfiore o nausea può diventare il segnale che “quel cibo fa male” o che mangiare è pericoloso. Chi ha una sensibilità sensoriale elevata può percepire odori, sapori e consistenze in modo molto più intenso rispetto agli altri. Chi ha scarso appetito può avere difficoltà a riconoscere o rispondere ai segnali di fame.
Una review del 2024 propone che il microbiota possa interagire con questi domini, influenzando omeostasi energetica, reward alimentare, interocezione, sensibilità sensoriale, disgusto, apprendimento della paura e umore [2]. Non significa che il microbiota spieghi tutto. L’ARFID è un disturbo complesso, in cui possono entrare in gioco fattori genetici, neurobiologici, psicologici, familiari, gastrointestinali e ambientali. Ma il microbiota potrebbe essere una delle componenti del quadro, soprattutto quando la restrizione alimentare è marcata e dura nel tempo.
Questo aspetto è particolarmente interessante nei bambini e negli adolescenti, perché il microbiota, il sistema immunitario, il cervello e il comportamento alimentare sono ancora in sviluppo. Una dieta molto limitata in una fase delicata della crescita può avere conseguenze che vanno oltre il semplice apporto calorico. Può influire sulla qualità dei nutrienti introdotti, sull’esposizione a nuovi alimenti, sulla tolleranza sensoriale e, potenzialmente, anche sulla composizione dell’ecosistema intestinale.
Il ruolo dei sintomi gastrointestinali
Un altro tassello importante riguarda i disturbi dell’interazione intestino-cervello, come sindrome dell’intestino irritabile, dispepsia funzionale, nausea funzionale e altri quadri in cui i sintomi gastrointestinali non dipendono necessariamente da una lesione organica evidente, ma da un’alterazione della comunicazione tra intestino e sistema nervoso.
ARFID e disturbi gastrointestinali possono sovrapporsi. In alcuni pazienti, il dolore addominale, il gonfiore, la nausea o la diarrea portano a eliminare progressivamente alimenti percepiti come “a rischio”. All’inizio può sembrare una strategia ragionevole: se un cibo scatena sintomi, lo evito. Ma quando le esclusioni diventano sempre più numerose e non sono guidate da una valutazione clinica, il rischio è che la dieta si restringa al punto da compromettere nutrizione, qualità di vita e serenità nel rapporto con il cibo.
Una review del 2023 sul Journal of Clinical Gastroenterology ha evidenziato che nei pazienti con disturbi dell’interazione intestino-cervello una quota significativa può presentare sintomi compatibili con ARFID, con stime tra il 13% e il 40%. Un altro studio su adolescenti con disturbi dell’interazione intestino-cervello ha osservato sintomi ARFID clinicamente significativi nel 42% dei ragazzi secondo le autovalutazioni e nel 55% secondo i caregiver, con associazioni con sintomi gastrointestinali più severi, sintomi psichiatrici, peggiore qualità di vita e perdita di peso o crescita compromessa.
Questo non significa che ogni dieta di esclusione sia pericolosa. In alcune condizioni, interventi dietetici specifici possono essere utili. Il problema nasce quando la restrizione non è monitorata, si allarga progressivamente e diventa guidata dalla paura più che da un reale beneficio clinico. In questi casi, il confine tra gestione dei sintomi gastrointestinali e mantenimento di un disturbo alimentare può diventare sottile.
Probiotici e microbiota: una promessa, non ancora una terapia per l’ARFID
Di fronte al possibile coinvolgimento del microbiota, la domanda viene spontanea: si può intervenire con probiotici, prebiotici o altri strumenti per migliorare l’ARFID? Al momento la risposta deve essere prudente. Non esistono prove solide per considerare probiotici, prebiotici, postbiotici o trapianto di microbiota fecale come trattamenti dell’ARFID.
La ricerca suggerisce che il microbiota potrebbe diventare in futuro un bersaglio terapeutico complementare, ma siamo ancora lontani da indicazioni cliniche specifiche. Prima servono studi più ampi, capaci di distinguere i diversi sottotipi di ARFID, misurare in modo accurato dieta e microbiota, seguire i pazienti nel tempo e valutare se eventuali interventi sul microbiota producano benefici reali, sicuri e duraturi.
Per ora, il trattamento dell’ARFID resta multidisciplinare. Può coinvolgere pediatra o medico di riferimento, psicologo o psichiatra, gastroenterologo quando sono presenti sintomi intestinali, e dietista o nutrizionista esperto. L’obiettivo non è semplicemente “far mangiare di più”, ma aiutare la persona ad ampliare gradualmente la varietà alimentare, ridurre la paura, correggere eventuali carenze nutrizionali, gestire i sintomi gastrointestinali e recuperare una relazione meno minacciosa con il cibo.
Dal punto di vista del microbiota, la strategia più sensata non è cercare scorciatoie, ma lavorare sulla qualità e sulla progressiva diversificazione della dieta, quando clinicamente possibile. Reintrodurre alimenti, aumentare la varietà, migliorare l’apporto di fibre e ridurre restrizioni non necessarie può essere utile non solo per la nutrizione generale, ma anche per sostenere un ecosistema intestinale più ricco. Naturalmente, nei pazienti con ARFID questo percorso deve essere graduale e accompagnato, perché forzature o pressioni possono peggiorare il rifiuto.
Perché parlarne oggi
Parlare di ARFID è importante perché molte persone, soprattutto bambini e adolescenti, possono essere etichettate per anni come “difficili”, “capricciose” o “schizzinose”, senza che venga riconosciuto il disagio sottostante. Allo stesso tempo, è importante evitare l’errore opposto: trasformare ogni selettività alimentare in una diagnosi. La differenza sta nell’impatto. Quando il rifiuto del cibo compromette crescita, salute, vita sociale, benessere psicologico o varietà nutrizionale, è opportuno chiedere una valutazione professionale.
Il microbiota aggiunge una nuova prospettiva a questo quadro. Non perché oggi possiamo dire che l’ARFID sia “causato” da una disbiosi, ma perché la dieta ristretta, soprattutto se protratta, può modificare l’ambiente intestinale e forse contribuire a mantenere alcuni sintomi. La ricerca sta iniziando a esplorare questo terreno. Il protocollo svedese ARIES, pubblicato nel 2025 su BMJ Open, prevede per esempio una grande coorte di bambini e adolescenti con ARFID e controlli, con raccolta anche di campioni fecali in un sottogruppo per studiare il microbioma. Studi di questo tipo potranno chiarire meglio se esistono profili microbici associati all’ARFID, se cambiano con il trattamento e se possono aiutare a personalizzare gli interventi nutrizionali.
Per ora, il messaggio più corretto è questo: l’ARFID è un disturbo alimentare reale, diverso dall’anoressia e diverso dalla normale selettività. Può avere conseguenze importanti sulla salute e sulla vita quotidiana. Il microbiota intestinale potrebbe essere coinvolto, soprattutto come conseguenza della restrizione dietetica e forse come parte di un circolo intestino-cervello che mantiene il disturbo. Ma le prove sono ancora iniziali. Riconoscere precocemente il problema, evitare diete inutilmente restrittive e affidarsi a un’équipe competente resta, oggi, la strada più solida.


