La diarrea del viaggiatore è uno degli inconvenienti più comuni durante un viaggio internazionale, soprattutto quando si visitano aree in cui le condizioni igieniche, la sicurezza dell’acqua o la conservazione degli alimenti possono essere diverse da quelle a cui l’organismo è abituato. Non è soltanto un disturbo fastidioso che può rovinare qualche giorno di vacanza o di lavoro: è anche un evento che mette alla prova l’equilibrio dell’intestino, la sua barriera protettiva e il microbiota, cioè l’insieme dei microrganismi che abitano il tratto gastrointestinale.
Secondo il CDC Yellow Book 2026, la diarrea del viaggiatore è la malattia più prevedibile legata ai viaggi e può colpire dal 30% al 70% dei viaggiatori in un periodo di due settimane, a seconda della destinazione e della stagione. Nella maggior parte dei casi è causata da batteri, ma possono essere coinvolti anche virus e protozoi. I batteri responsabili più spesso includono diversi ceppi di Escherichia coli diarrogeni, in particolare l’E. coli enterotossigeno, seguiti da Campylobacter jejuni, Shigella e Salmonella. I virus, come il norovirus, sono più spesso associati anche a vomito, mentre i protozoi, come Giardia o Cryptosporidium, tendono a dare sintomi più lenti e persistenti.
Perché il viaggio può mettere in crisi l’intestino
Quando viaggiamo, il microbiota intestinale viene esposto a cambiamenti rapidi. Cambiano l’acqua, gli alimenti, gli orari dei pasti, il ritmo sonno-veglia, il livello di stress, l’attività fisica e, spesso, anche l’uso di farmaci. A questo si aggiunge il contatto con microrganismi presenti nel cibo o nell’acqua del luogo di destinazione. La diarrea del viaggiatore nasce proprio da questa combinazione: esposizione a patogeni, differenze igienico-sanitarie, vulnerabilità individuale e risposta dell’intestino.
Il CDC sottolinea che, pur essendo utili, le regole classiche del tipo “bollilo, cuocilo, sbuccialo o dimenticalo” non eliminano completamente il rischio. Anche chi segue le raccomandazioni può ammalarsi, perché una parte importante del rischio dipende da fattori non controllabili dal viaggiatore, come l’igiene dei ristoranti, la qualità dell’acqua, la refrigerazione degli alimenti e la contaminazione ambientale.
Dal punto di vista del microbiota, l’episodio acuto può essere interpretato come una perturbazione dell’ecosistema intestinale. Un patogeno può produrre tossine, aderire alla mucosa, alterare il trasporto di acqua e sali o innescare una risposta infiammatoria. Il risultato è l’aumento della motilità intestinale e della perdita di liquidi. Nella maggior parte dei casi il disturbo si risolve spontaneamente in pochi giorni, ma l’intestino può rimanere più sensibile anche dopo la fase acuta. Il CDC Yellow Book ricorda infatti che un episodio acuto, anche quando l’infezione si è risolta, può essere seguito da sintomi persistenti di tipo post-infettivo, come accade nella sindrome dell’intestino irritabile post-infettiva.
La prima regola: bere nel modo giusto
Durante la diarrea, il problema principale non è la perdita di calorie, ma la perdita di acqua ed elettroliti. Per questo la reidratazione è il primo intervento. Nei casi lievi, una persona adulta sana può spesso mantenere un’idratazione adeguata bevendo liquidi sicuri e ben tollerati. Nei casi più intensi, o quando sono coinvolti bambini piccoli, anziani, donne in gravidanza o persone con patologie croniche, le soluzioni reidratanti orali diventano particolarmente importanti.
Il CDC Yellow Book raccomanda di reintegrare liquidi ed elettroliti durante la diarrea del viaggiatore e indica le soluzioni reidratanti orali, preparate con sali specifici e acqua sicura, come lo strumento più adatto quando la perdita di liquidi è significativa. Le bevande usate per reidratarsi devono essere sigillate, bollite, trattate o comunque sicure; in caso contrario, si rischia di continuare a introdurre microrganismi o contaminanti nell’intestino.
Non tutte le bevande sono uguali. Le bibite molto zuccherate possono peggiorare la diarrea osmotica se consumate in grandi quantità, perché richiamano acqua nell’intestino. Anche l’alcol è da evitare: può irritare la mucosa, favorire disidratazione e interferire con il recupero. Caffè e bevande molto ricche di caffeina possono aumentare la motilità intestinale in alcune persone e non sono la scelta migliore nella fase acuta. L’acqua, le soluzioni reidratanti orali, brodi leggeri e bevande sicure non troppo zuccherate sono in genere opzioni più adatte.
La reidratazione è anche una forma indiretta di protezione del microbiota. Un intestino disidratato, irritato e sottoposto a stress infettivo è meno capace di mantenere la propria funzione di barriera. Ripristinare liquidi e sali aiuta l’organismo a sostenere i normali meccanismi di recupero.
Cosa mangiare durante la diarrea del viaggiatore
Durante la fase acuta è normale avere poco appetito. Non bisogna forzarsi a mangiare molto, ma quando nausea e crampi lo permettono è utile scegliere alimenti semplici, digeribili e poco irritanti. Riso, patate, pane tostato, crackers, pasta semplice, banane mature, mele cotte, carote cotte, brodi leggeri e piccole porzioni di alimenti poveri di grassi sono spesso meglio tollerati. Non hanno un effetto “curativo” in senso stretto, ma possono fornire energia senza sovraccaricare l’intestino.
La logica è dare all’apparato digerente alimenti facili da gestire. I grassi, soprattutto se abbondanti, rallentano lo svuotamento gastrico e possono aumentare nausea e fastidio. Le spezie piccanti possono irritare una mucosa già sensibile. Gli alimenti molto ricchi di zuccheri semplici possono peggiorare la diarrea in alcune persone. Le fibre sono un tema più delicato: in condizioni normali una dieta ricca di fibre è importante per la salute del microbiota, ma durante la fase acuta di una diarrea intensa può essere preferibile ridurre temporaneamente alimenti molto ricchi di fibre insolubili, come grandi quantità di verdure crude, legumi, crusca o cereali integrali, perché possono aumentare gonfiore e motilità.
Questo non significa che le fibre siano “cattive” per l’intestino. Al contrario, nel recupero post-episodio possono tornare utili. La differenza è il momento. Nella fase acuta si privilegiano tollerabilità e reidratazione; nella fase di recupero si può reintrodurre progressivamente una dieta più varia, con alimenti vegetali, cereali, legumi e fonti di fibre fermentabili, che aiutano il microbiota a ritrovare stabilità.
Cosa evitare: il rischio non è solo “cosa”, ma anche “dove” e “come”
In viaggio, la sicurezza alimentare non dipende soltanto dal tipo di cibo, ma da come è stato lavato, cucinato, conservato e servito. Il CDC raccomanda particolare cautela con alimenti crudi o poco cotti, latticini non pastorizzati, succhi non pastorizzati, frutta non sbucciata, insalate, verdure crude, carne, pesce, molluschi e uova non ben cotti. In generale, i cibi completamente cotti e serviti caldi sono più sicuri, mentre il cibo acquistato da venditori ambulanti o conservato in condizioni igieniche incerte può aumentare il rischio.
Anche l’acqua merita attenzione. In molte aree del mondo l’acqua del rubinetto può non essere sicura per bere, lavare frutta e verdura, preparare ghiaccio o lavarsi i denti. Il CDC suggerisce di usare acqua imbottigliata in contenitori sigillati o acqua adeguatamente disinfettata, e di evitare il ghiaccio quando non si è certi che sia stato preparato con acqua sicura. Anche le bevande alla spina o con ghiaccio possono essere problematiche, mentre le bevande in bottiglia o lattina sigillata sono in genere più sicure, a condizione che il contenitore sia pulito prima del consumo diretto.
Durante un episodio di diarrea, inoltre, conviene evitare per qualche giorno alimenti molto grassi, fritti, piccanti, eccessivamente zuccherati o molto ricchi di fibre insolubili. Latte e latticini possono essere mal tollerati temporaneamente, perché dopo un’infezione intestinale può comparire una ridotta tolleranza al lattosio, anche in persone che normalmente li consumano senza problemi. Yogurt e latti fermentati possono essere meglio tollerati da alcuni, ma non vanno forzati se aumentano gonfiore o crampi.
Antibiotici e microbiota: perché non usarli “per sicurezza”
Un punto molto importante, soprattutto in un articolo dedicato al microbiota, riguarda gli antibiotici. In passato il viaggiatore tendeva spesso a considerarli una scorciatoia: prenderli preventivamente o assumerli ai primi sintomi per “risolvere tutto subito”. Oggi questa impostazione è molto più cauta. Gli antibiotici possono essere utili in forme moderate o severe, soprattutto quando la diarrea impedisce le attività o è associata a febbre o sangue nelle feci, ma non sono raccomandati come prevenzione per la maggior parte dei viaggiatori.
Il CDC Yellow Book spiega che la profilassi antibiotica non è raccomandata nella maggior parte dei casi perché i rischi, tra cui effetti collaterali, infezione da Clostridioides difficile e aumento del trasporto intestinale di batteri resistenti, superano spesso i benefici. Inoltre, gli antibiotici non proteggono dai patogeni non batterici e possono rimuovere componenti protettive della flora intestinale, facilitando l’acquisizione di batteri resistenti.
Questo è il cuore del tema microbiota. L’antibiotico può abbreviare la durata di una diarrea batterica sensibile al farmaco, ma può anche alterare l’ecosistema intestinale. La decisione deve quindi essere proporzionata alla gravità dei sintomi, alla destinazione, alla situazione clinica della persona e, idealmente, a una valutazione medica o a un piano concordato prima della partenza per chi viaggia in aree ad alto rischio.
Probiotici: utili o no per proteggere il microbiota in viaggio?
I probiotici sono spesso proposti per prevenire la diarrea del viaggiatore o per favorire il recupero del microbiota. Il CDC afferma che probiotici come Lactobacillus rhamnosus GG o Saccharomyces boulardii sono stati studiati per la prevenzione della diarrea del viaggiatore, ma i risultati sono inconclusivi e i dati non sono sufficienti per raccomandarne l’uso routinario.
Le review scientifiche aggiungono una sfumatura importante: l’effetto è ceppo-specifico. Una meta-analisi del 2018 pubblicata su Travel Medicine and Infectious Disease ha concluso che Saccharomyces boulardii CNCM I-745 mostrava una riduzione significativa dell’incidenza della diarrea del viaggiatore, mentre Lactobacillus rhamnosus GG mostrava solo una tendenza e Lactobacillus acidophilus non mostrava una riduzione significativa. Una revisione più recente del 2024 ha confermato che gli studi restano limitati, ma suggerisce che alcuni ceppi o combinazioni, inclusi S. boulardii, S. cerevisiae e alcuni lattobacilli, potrebbero avere un ruolo preventivo.
Questo significa che i probiotici non vanno raccontati come uno scudo universale. Possono essere una strategia interessante, soprattutto se si parla di ceppi specifici studiati in trial clinici, ma non sostituiscono le precauzioni su acqua, cibo e igiene. Inoltre, persone immunocompromesse, pazienti fragili o con gravi patologie devono chiedere consiglio al medico prima di assumerli.
Dopo l’episodio: come aiutare l’intestino a recuperare
Quando la diarrea migliora, l’errore più comune è tornare immediatamente a pasti abbondanti, alcol, fritti e alimenti molto ricchi di zuccheri. È meglio procedere gradualmente. Nei primi giorni si possono reintrodurre porzioni piccole e frequenti, aumentando lentamente la varietà. Una volta superata la fase acuta, tornano utili alimenti che sostengono il microbiota: cereali, verdure cotte, frutta ben tollerata, legumi in piccole quantità, yogurt o alimenti fermentati se digeriti senza problemi.
L’obiettivo non è “ripopolare” l’intestino in pochi giorni, ma creare le condizioni perché l’ecosistema torni stabile. Una dieta varia, ricca di alimenti vegetali e povera di eccessi di zuccheri e alcol, resta una delle strategie più solide per sostenere il microbiota nel lungo periodo. Se i sintomi persistono per più di alcuni giorni, se compaiono febbre alta, sangue nelle feci, segni di disidratazione, vomito incoercibile o diarrea che continua dopo il rientro, è opportuno rivolgersi a un medico. Il CDC ricorda che le diarree da protozoi possono durare settimane o mesi se non trattate e che una diarrea persistente dopo un viaggio richiede una valutazione specifica.
Proteggere il microbiota significa viaggiare con più consapevolezza
La diarrea del viaggiatore non si può sempre evitare, ma si può ridurre il rischio e, soprattutto, si può gestire meglio. La prevenzione comincia prima dell’episodio, con attenzione ad acqua, ghiaccio, alimenti crudi, igiene delle mani e condizioni di conservazione del cibo. Continua durante la fase acuta, con reidratazione, alimenti semplici e riduzione di ciò che irrita l’intestino. Prosegue dopo, con una reintroduzione graduale di fibre e alimenti utili al microbiota.
Il messaggio più utile non è partire con la valigia piena di farmaci o integratori, ma conoscere le priorità. La prima è bere in modo sicuro. La seconda è mangiare cibi semplici e ben tollerati. La terza è evitare l’uso inutile di antibiotici, perché proteggere il microbiota significa anche non alterarlo quando non serve. I probiotici possono avere un ruolo, ma solo se scelti con criterio e senza aspettarsi una protezione assoluta. In viaggio, l’intestino incontra nuovi ambienti e nuovi microbi: aiutarlo a mantenere l’equilibrio è il modo migliore per proteggere non solo il microbiota, ma anche la qualità del viaggio.


