L’endometriosi è una malattia complessa e multifattoriale, e proprio per questo la ricerca continua a interrogarsi su quali elementi – oltre alla componente genetica, immunitaria e ormonale – possano contribuire ad avviare o alimentare il processo. Negli ultimi anni, tra i “sospettati” sono entrati con forza gli interferenti endocrini: un grande insieme di sostanze chimiche presenti nell’ambiente e in molti prodotti di uso quotidiano, capaci di alterare l’equilibrio ormonale e, di conseguenza, influenzare tessuti e processi biologici sensibili agli ormoni, come l’endometrio.
Quando si parla di interferenti endocrini (spesso abbreviati in IE) non si intende una singola molecola, ma una categoria. Sono composti che possono interferire con la sintesi, la secrezione, il trasporto, il metabolismo e le vie di segnalazione degli ormoni. In pratica possono agire in più modi: talvolta stimolano direttamente un organo bersaglio a produrre più o meno ormone, talvolta “imitano” un ormone (per esempio un estrogeno) legandosi al suo recettore, oppure possono impedire all’ormone naturale di legarsi al recettore, spegnendo la risposta biologica.
Dove si trovano gli interferenti endocrini e perché ci riguardano ogni giorno
Perché questo tema incrocia l’endometriosi? Una delle ipotesi che ha acceso l’interesse è che l’endometriosi possa avere radici molto precoci, perfino in età fetale. In questa cornice, l’esposizione materna a inquinanti capaci di oltrepassare la placenta diventerebbe un potenziale “innesco” su un organismo in formazione, particolarmente vulnerabile. Un aspetto rende la questione ancora più delicata: alcuni effetti tossicologici degli IE possono essere trans-generazionali, cioè trasmissibili alle cellule germinali e quindi alla prole.
Sul piano biologico, l’endometrio è considerato uno dei bersagli possibili. Diversi interferenti endocrini possono legarsi e attivare il recettore degli estrogeni (in particolare ERα), con effetti agonisti o antagonisti che dipendono dalla dose e dal contesto. Questo tipo di “disturbo” della segnalazione estrogenica è rilevante perché l’endometriosi è fortemente influenzata dagli ormoni steroidei: le lesioni endometriosiche esprimono recettori per estrogeni e androgeni, e gli estrogeni possono favorirne la proliferazione. Sappiamo che gli IE, agendo come agonisti dei recettori estrogenici, possono interrompere la segnalazione fisiologica e promuovere la crescita di tessuto endometriale al di fuori dell’utero, oltre a stimolare angiogenesi e infiammazione, due ingredienti noti della progressione di lesioni “endometriosi-simili”.
Quanto è grande il problema, in termini di esposizione? La stima riportata è che esistano circa 1.000 sostanze chimiche attualmente in uso con capacità di alterare il sistema endocrino, ma il numero potrebbe essere sottostimato: nell’ambiente vengono immesse centinaia di migliaia di sostanze sintetiche e solo una piccola quota è stata valutata specificamente per gli effetti endocrini. La preoccupazione deriva anche da due caratteristiche chiave: questi composti possono avere effetti importanti anche a basse concentrazioni e sono spesso ubiquitari, quindi l’esposizione può avvenire attraverso la catena alimentare, l’inalazione o il contatto con materiali che li contengono.
Quali sostanze sono più studiate nell’endometriosi e che cosa dicono gli studi
Le sostanze più studiate in relazione all’endometriosi sono: bisfenolo A (BPA), ftalati, PFAS, pesticidi, diossine e PCB.
Il BPA è descritto come uno xenoestrogeno ampiamente utilizzato (o utilizzato fino a tempi recenti in molti contesti) nella produzione di plastiche in policarbonato e in rivestimenti interni di lattine e contenitori destinati ad alimenti e bevande. Il BPA sarebbe stato rilevato nel 92% dei partecipanti di uno studio recente, spesso in quantità superiori a una soglia considerata di sicurezza, e tra le fonti più rilevanti viene indicato il rivestimento interno delle lattine. L’EFSA ha definito il BPA dannoso per tutte le fasce d’età e ha ridotto il limite giornaliero tollerabile a 0,2 nanogrammi per kg di peso corporeo. In parallelo, esistono evidenze epidemiologiche secondo cui livelli urinari più elevati di BPA si assocerebbero a un rischio maggiore di endometriosi.
Gli ftalati, usati come plastificanti per rendere più flessibili materiali come il PVC, hanno un profilo di esposizione molto “quotidiano”: imballaggi alimentari, vernici, cosmetici, dispositivi medici, giocattoli e numerosi altri prodotti. Un punto importante è che non formano legami stabili con i polimeri e possono quindi migrare più facilmente nell’ambiente; la migrazione dagli imballaggi agli alimenti è favorita dal contatto con cibi ricchi di grassi e dalle alte temperature. Sul fronte delle associazioni con l’endometriosi, diversi studi hanno indagato la relazione e che i meccanismi ipotizzati chiamano in causa stress ossidativo, infiammazione e recettori ormonali a livello delle cellule endometriali. Uno studio ha scoperto che la concentrazione sierica media di DEHP nelle donne con endometriosi era più alta rispetto ai controlli e cresceva con la severità; e un altro lavoro (con componente clinica e animale) in cui l’aumento dei metaboliti urinari di diversi ftalati si associava a un incremento del rischio di endometriosi in un intervallo ampio (da 1,3 a 8,5 volte, a seconda del metabolita).
Il gruppo dei PFAS merita un capitolo a parte perché viene descritto come “inquinante emergente” altamente persistente, con stabilità chimica e termica elevata. Il testo sottolinea anche un elemento che complica la valutazione del rischio: la sostituzione dei PFAS a catena lunga (più regolamentati) con PFAS a catena corta, meno regolati e meno studiati. A supporto della diffusione, esistono monitoraggi che hanno rilevato PFAS in placenta, latte materno, fluido follicolare e meconio. Inoltre, vengono riportate associazioni tra rischio di endometriosi e alcune molecole (tra cui PFHxS e PFAS a catena corta), oltre a dati di studi caso-controllo e su donne con diagnosi laparoscopica. Un monitoraggio di Greenpeace (gennaio 2025) su PFAS nelle acque potabili di numerosi comuni italiani, ha trovato una presenza diffusa nelle reti acquedottistiche, con criticità in diverse aree.
Pesticidi, diossine e PCB entrano nel discorso soprattutto per due caratteristiche: persistenza e bioaccumulo lungo la catena alimentare. Per i pesticidi organoclorurati, si ricorda l’esempio del DDT (bandito da decenni ma ancora presente nella matrice ambientale) e uno studio francese ha riscontrato concentrazioni più elevate di alcuni pesticidi nel sangue e nel tessuto adiposo di donne con endometriosi severa, con associazioni positive per diverse sostanze specifiche. Per i PCB c’è una revisione sistematica e metanalisi che conferma un’associazione tra esposizione e endometriosi, con un odds ratio riportato di 1,95 (con intervallo di confidenza al 95% 1,31–2,93).
Microbiota, infiammazione ed esposoma: i nuovi pezzi del puzzle e le domande aperte
Un tassello interessante – e in rapida evoluzione – è quello del microbiota. Esiste un dialogo bidirezionale: gli interferenti endocrini possono modificare il microbiota, soprattutto in fasi precoci come il periodo perinatale, e l’alterazione dell’ambiente ormonale può favorire disbiosi. Dall’altro lato, il microbiota può trasformare alcuni interferenti endocrini in metaboliti con attività biologiche diverse; è il caso del DDT trasformato in DDD dal microbiota. Sul BPA, si riporta che l’esposizione può modificare la popolazione microbica del colon e, nelle donne, uno shift verso uno stato pro-infiammatorio con riduzione di gruppi come Bacteroidales e Lactobacillus. In questa prospettiva, si è sviluppata l’idea – ancora in fase di studio – che integrazioni con lattobacilli possano attenuare parte dell’impatto degli inquinanti ambientali, contribuendo a preservare la barriera intestinale e riducendo assorbimento o effetti ossidativi.
Tirando le fila, “cosa sappiamo” oggi è soprattutto questo: l’associazione tra esposizione a interferenti endocrini e rischio di endometriosi emerge in più linee di evidenza, ma non sempre in modo perfettamente concordante. Nella vita reale non siamo esposti a una singola sostanza, ma a molte contemporaneamente (l’esposoma), e isolare la responsabilità di un singolo composto è una sfida metodologica enorme. Nonostante ciò, nei monitoraggi e negli studi, pesticidi, ftalati e PFAS sembrano ricorrere con segnali considerati più convincenti, e l’idea di ridurre l’esposizione viene proposta come una forma concreta di prevenzione.


