Per molti di noi bere è un gesto normale: un bicchiere di vino a cena, un aperitivo con gli amici, un drink per rilassarsi la sera. Proprio perché è così abituale, tendiamo a sottovalutarne gli effetti, soprattutto sul cervello. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Communications Biology mostra però qualcosa di meno evidente, ma molto importante: il consumo cronico di alcol può indebolire una delle principali difese del nostro cervello passando… dall’intestino.
Gli scienziati hanno seguito il “viaggio” dell’alcol dal bicchiere all’intestino e da lì fino al cervello, e hanno scoperto che i cambiamenti nei batteri intestinali possono rendere più fragile il “filtro” che protegge il cervello dalle sostanze nocive. E, cosa altrettanto interessante, hanno visto che un batterio “buono” – Faecalibacterium prausnitzii – usato come probiotico in laboratorio sembra aiutare a riparare questo danno.
La barriera che difende il cervello
Il nostro cervello non è direttamente esposto al sangue che circola nel corpo. È protetto da una sorta di frontiera, chiamata barriera emato-encefalica. Immaginala come una dogana molto severa: controlla cosa può passare dal sangue al tessuto cerebrale, bloccando tossine, microbi e molte molecole potenzialmente dannose.
Quando questa barriera si indebolisce e diventa più “porosa”, sostanze infiammatorie e tossiche possono raggiungere i neuroni più facilmente. Nel tempo questo può tradursi in difficoltà di memoria, disturbi dell’umore, problemi di attenzione e, nei casi più gravi, in veri e propri danni al cervello.
Negli ultimi anni si è capito che questa barriera non è influenzata solo da ciò che accade nel cervello stesso, ma anche da quello che succede molto più in basso, nell’intestino.
Intestino, microbi e cervello: un dialogo continuo
Nel nostro intestino vive una comunità enorme di microrganismi – batteri, virus, funghi – chiamata microbiota. Non sono semplici “ospiti”: producono sostanze, dialogano con il sistema immunitario, influenzano il metabolismo e, in modi sempre più chiari, interagiscono con il cervello. È il famoso asse intestino–cervello.
L’alcol, soprattutto se consumato in modo regolare e abbondante, è noto per alterare questa comunità di microbi. Ma fino ad oggi non era così chiaro quanto questi cambiamenti fossero collegati in modo diretto ai danni sul cervello e, in particolare, alla perdita di integrità della barriera che lo protegge.
Lo studio di cui parliamo ha provato a mettere insieme tutti questi pezzi: consumo cronico di alcol, microbi intestinali, barriera del cervello e funzioni cognitive.
Cosa succede nelle persone che bevono troppo
Per prima cosa i ricercatori hanno arruolato un gruppo di uomini con un disturbo da uso di alcol, cioè persone per cui il bere non è più un’abitudine occasionale, ma un comportamento cronico e problematico. Li hanno confrontati con uomini sani che non avevano questo disturbo.
In tutti sono stati valutati:
- la memoria e l’attenzione, con test neuropsicologici;
- lo stato d’ansia e di umore;
- la qualità del sonno;
- alcuni esami del sangue per controllare la salute generale e quella del fegato.
Il quadro era netto: rispetto ai soggetti sani, le persone con disturbo da uso di alcol avevano prestazioni peggiori nei test di memoria e di ragionamento, più ansia e più sintomi depressivi, un sonno di qualità inferiore, segni di stress a carico del fegato e del sangue (alcuni enzimi epatici alterati, globuli rossi e piastrine più bassi).
Fin qui, nulla di sorprendente per chi conosce gli effetti dell’alcol. La parte più interessante arriva però dall’analisi dell’intestino e del sangue.
Quando i ricercatori hanno studiato la composizione del microbiota fecale, hanno riscontrato che, nelle persone che bevevano cronicamente, alcuni batteri considerati benefici erano ridotti, mentre altri, potenzialmente meno favorevoli, risultavano aumentati. Tra i batteri “buoni” in calo spiccava Faecalibacterium prausnitzii, noto per avere effetti antinfiammatori e per produrre sostanze utili sia per l’intestino sia per l’organismo in generale.
Nel sangue, invece, è emerso un profilo di sostanze circolanti diverso rispetto ai controlli: lipidi, aminoacidi e altri metaboliti risultavano alterati. Alcuni di questi cambiamenti sembravano legarsi ai batteri intestinali modificati, suggerendo che ciò che accade nell’intestino si riflette davvero sulla chimica del sangue e, potenzialmente, sul cervello.
Questi dati, da soli, non dimostrano che sia il microbiota a causare i problemi cognitivi, ma indicano che, nelle persone che bevono troppo, intestino, sangue e cervello “parlano la stessa lingua” di alterazione.
Cosa succede nei topi: dall’associazione alla causa
Per capire se questi cambiamenti non sono solo un’associazione ma possono avere un ruolo causale, gli scienziati hanno fatto un passo in più, usando modelli animali.
In un primo esperimento, hanno esposto dei topi a una dose di alcol per diverse settimane, mentre un gruppo di controllo riceveva solo acqua. Al termine del periodo di esposizione, i topi sono stati sottoposti a test che valutano la memoria e l’apprendimento, per esempio la capacità di ricordare la posizione di un oggetto o di una piattaforma nascosta.
I topi che avevano bevuto alcol se la cavavano peggio: facevano più fatica a ricordare dove andare e mostravano un interesse ridotto per le novità, segnali tipici di un calo delle funzioni cognitive.
Poi i ricercatori sono andati a guardare direttamente lo stato della barriera del cervello. Hanno somministrato ai topi una sostanza che normalmente non dovrebbe attraversare facilmente questa barriera e hanno misurato quanta ne arrivava nel cervello. Nei topi esposti all’alcol, la sostanza filtrava di più: segno che la barriera era diventata più permeabile, più “bucata”.
Non solo: analizzando i tessuti, hanno visto che le strutture che tengono “chiuse” le cellule di questa barriera erano indebolite. È come se i mattoni del muro fossero rimasti, ma il cemento che li unisce fosse diventato più fragile.
Il ruolo diretto dei microbi intestinali
A questo punto restava una domanda cruciale: è l’alcol in sé a fare tutto questo, oppure i microbi intestinali, modificati dall’alcol, giocano un ruolo diretto?
Per rispondere, i ricercatori hanno utilizzato una categoria particolare di topi, quelli “germ-free”: animali allevati in condizioni sterili, che non hanno microbi nel loro intestino. Su questi topi hanno trapiantato il microbiota di pazienti con disturbo da uso di alcol o quello di persone sane, come se trasferissero loro, letteralmente, la flora intestinale.
Questi topi non avevano mai assunto alcol. L’unica differenza tra i gruppi era il tipo di microbiota trapiantato.
Il risultato è stato molto chiaro: i topi che avevano ricevuto il microbiota delle persone con disturbo da uso di alcol sviluppavano una barriera del cervello più permeabile e più fragile rispetto a quelli che avevano ricevuto il microbiota dei soggetti sani. In altre parole, il solo fatto di avere “dentro” un microbiota da grande bevitore era sufficiente a rendere più vulnerabile il cervello, anche in assenza di alcol.
Questo passaggio è fondamentale: significa che l’asse intestino–cervello non è solo una curiosa associazione statistica, ma un legame in cui i microbi possono avere un ruolo diretto nel danneggiare le difese del cervello.
Un probiotico di nuova generazione come possibile protezione
La storia, però, non si ferma qui. Gli autori dello studio hanno voluto capire se fosse possibile intervenire su questo meccanismo, almeno nei modelli animali, usando un batterio “buono”.
Hanno scelto Faecalibacterium prausnitzii, uno dei batteri che risultava ridotto nelle persone che bevevano cronicamente. Si tratta di un microrganismo considerato un candidato probiotico di nuova generazione, perché produce sostanze – in particolare alcuni acidi grassi a corta catena – che nutrono le cellule intestinali e hanno effetti antinfiammatori e protettivi.
Nei topi esposti all’alcol, i ricercatori hanno somministrato per bocca un ceppo specifico di Faecalibacterium prausnitzii e hanno visto che cosa succedeva alla memoria, alla barriera del cervello e alla composizione dei microbi intestinali.
I risultati sono stati incoraggianti:
- i topi trattati con Faecalibacterium recuperavano parte delle loro capacità di memoria e apprendimento rispetto a quelli che avevano bevuto alcol ma non avevano ricevuto il batterio;
- la barriera del cervello tornava a essere più “stretta”: meno sostanze la attraversavano e le strutture che tengono unite le cellule apparivano rinforzate;
- nel sangue aumentavano gli acidi grassi a corta catena prodotti dai batteri, molecole che sono note per aiutare sia l’intestino sia i vasi sanguigni, includendo quelli che irrorano il cervello.
Il microbiota, nel complesso, si spostava in una direzione più favorevole, con un aumento di Faecalibacterium e una riduzione di altri gruppi batterici associati a squilibri. Non era un ritorno perfetto alla normalità, ma un chiaro passo verso una situazione più sana.
Cosa significa tutto questo per chi beve (e per la medicina)
Messi insieme, questi risultati ci raccontano una storia molto concreta: il consumo cronico di alcol non danneggia solo il fegato o i neuroni in modo diretto, ma “usa” anche l’intestino come via per colpire il cervello. Modificando il microbiota, rende più fragile la barriera che dovrebbe difenderci dalle sostanze dannose che circolano nel sangue. E questo indebolimento si accompagna a problemi di memoria, concentrazione e umore.
Allo stesso tempo, lo studio suggerisce che intervenire sul microbiota, per esempio con probiotici mirati come Faecalibacterium prausnitzii, potrebbe un giorno aiutare a proteggere il cervello nelle persone a rischio, come quelle con disturbo da uso di alcol o con consumi elevati e prolungati di bevande alcoliche.
È importante però non correre troppo: per ora si tratta di risultati ottenuti in animali e in una fase di ricerca ancora sperimentale. Prima di parlare di nuove terapie servono studi clinici sull’uomo, capire i dosaggi giusti, la sicurezza a lungo termine, le differenze tra uomini e donne, e come un eventuale probiotico si integrerebbe con i percorsi di cura già esistenti, che restano centrati sulla riduzione o sull’astinenza dall’alcol.
Il messaggio che possiamo portare a casa, però, è già molto chiaro e comprensibile: ciò che succede nell’intestino non resta nell’intestino. L’alcol, cambiando l’equilibrio dei nostri microbi, può indebolire il filtro che protegge il cervello. Prendersi cura di quanto e come beviamo, e in futuro forse anche del nostro microbiota con strumenti mirati, potrebbe essere una chiave importante per proteggere non solo il fegato, ma anche la nostra mente.


