Durante la gravidanza il corpo della madre deve fare una cosa complicatissima: continuare a difendersi da virus e batteri, ma senza “scambiare per nemico” il feto. È un equilibrio delicato, perché il feto non è identico alla madre dal punto di vista genetico e, in teoria, il sistema di difesa potrebbe reagire in modo troppo aggressivo. Quando succede, il rischio è che la gravidanza non vada avanti come dovrebbe.

Un gruppo di ricercatori della Weill Cornell Medicine ha provato a capire se, in questo addestramento del sistema immunitario materno, abbia un ruolo anche ciò che accade nell’intestino. Il loro studio, pubblicato il 17 dicembre 2025 sulla rivista Cell, suggerisce che alcuni batteri intestinali “buoni” potrebbero aiutare la madre a sviluppare una risposta più tollerante verso il feto, riducendo reazioni infiammatorie dannose almeno nei modelli animali. È un’indicazione interessante soprattutto perché, in molte donne che vivono aborti ripetuti, la causa resta sconosciuta anche dopo controlli accurati.

Perché il corpo non deve “attaccare” il feto

Immaginiamo il sistema immunitario come un servizio di sicurezza molto efficiente. Deve riconoscere ciò che è pericoloso e reagire, ma deve anche saper distinguere ciò che non va attaccato. In gravidanza, questo significa imparare a “convivere” con il feto senza scatenare una risposta di rigetto.

Nel comunicato che accompagna lo studio, la responsabile della ricerca, Melody Zeng, lo spiega in modo diretto: è fondamentale che il sistema immunitario della madre capisca che il feto non è una minaccia. Se non ci riesce, può attivarsi una catena di reazioni che aumenta il rischio di complicazioni fino alla perdita della gravidanza.

Proprio qui entra in scena la placenta, l’organo che mette in comunicazione madre e feto. È una zona di confine: da un lato deve permettere scambi vitali, dall’altro deve evitare che la risposta immunitaria diventi troppo intensa. Secondo i ricercatori, una parte di questo controllo potrebbe dipendere anche da segnali che arrivano dall’intestino.

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L’esperimento sui topi: cosa succede senza batteri intestinali

Per capire se i batteri intestinali contano davvero, i ricercatori hanno usato due tipi di modelli nei topi. Nel primo caso, hanno studiato animali cresciuti in condizioni sterili, senza i normali microrganismi che abitano l’intestino. Nel secondo caso, hanno osservato topi a cui erano stati dati antibiotici in modo da alterare profondamente la flora intestinale.

Il risultato è stato chiaro: in entrambi i casi, la gravidanza andava peggio rispetto ai topi con un intestino “normale”. Nella placenta compariva un’infiammazione più intensa e aumentavano segnali immunitari aggressivi, come alcune cellule capaci di produrre sostanze infiammatorie che, in questo contesto, possono diventare pericolose. In molti casi si arrivava alla morte del feto o al riassorbimento, un fenomeno in cui la gravidanza si interrompe precocemente.

Al contrario, nei topi con un microbioma intestinale sano, aumentavano due gruppi di cellule che possiamo immaginare come “freni” dell’infiammazione: cellule che aiutano a calmare la risposta immunitaria e a costruire tolleranza. Nel linguaggio scientifico hanno nomi complessi, ma l’idea è semplice: sono cellule che aiutano il corpo a non esagerare, soprattutto in una zona delicata come quella tra madre e feto.

Le sostanze del triptofano: un messaggio chimico dall’intestino alla placenta

A questo punto la domanda diventa: che cosa fanno, di concreto, i batteri intestinali? Il gruppo di ricerca ha trovato un indizio importante analizzando il liquido amniotico dei topi con gravidanza “protetta”: lì erano presenti alcune sostanze derivate dal triptofano.

Il triptofano è un amminoacido, cioè uno dei “mattoni” delle proteine. Lo assumiamo con l’alimentazione, ad esempio attraverso legumi, uova, latticini, pesce e carne. Nell’intestino, alcuni batteri sono in grado di trasformarlo in sostanze che possono avere effetti sul corpo. Secondo lo studio, proprio queste sostanze aiuterebbero a mantenere attive e presenti, nella zona della placenta, quelle cellule “calmanti” di cui parlavamo prima.

La parte più impressionante è che i ricercatori hanno provato a intervenire. Hanno dato ai topi cresciuti senza microbioma intestinale queste sostanze derivate dal triptofano, oppure hanno introdotto i batteri capaci di produrle. In entrambi i casi, l’esito della gravidanza migliorava moltissimo: la sopravvivenza dei feti passava circa dal 50% al 95%. Quando invece venivano dati batteri non legati a questa specifica via, la gravidanza non migliorava. Questo dettaglio è importante perché suggerisce che non basta “aggiungere batteri” in modo generico: sembra contare la funzione, cioè che cosa quei batteri producono.

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Un indizio anche nell’uomo, ma serve cautela

Dopo aver visto cosa accade nei topi, i ricercatori hanno cercato un collegamento anche nelle persone. Hanno analizzato campioni di tessuto dell’utero raccolti dopo la fine della gravidanza in donne che avevano avuto aborti ripetuti. In quei campioni hanno osservato due cose: livelli più bassi delle sostanze derivate dal triptofano e una riduzione delle cellule immunitarie “tolleranti” che, nei topi, sembravano proteggere la gravidanza.

Questo non significa ancora che abbiamo trovato “la causa” degli aborti ricorrenti. I dati sull’uomo, in questa fase, indicano una possibile associazione, non una certezza. Anche gli stessi autori lo dicono: serviranno altri studi per confermare quanto questo meccanismo sia davvero decisivo nelle gravidanze umane e in quali donne.

Cosa potrebbe cambiare in futuro

Nonostante i limiti, la ricerca apre una strada interessante: provare a sostenere la gravidanza lavorando sull’ecosistema intestinale e sulle sostanze che produce, invece di intervenire solo quando compaiono problemi.

In prospettiva, i ricercatori parlano della possibilità di sviluppare interventi mirati: per esempio strategie nutrizionali, integratori o approcci più specifici per favorire i batteri “giusti” o aumentare la produzione di quelle sostanze utili derivate dal triptofano. Ma siamo ancora in una fase di ricerca: prima di pensare a soluzioni pratiche, serviranno studi clinici, controlli di sicurezza e soprattutto criteri per capire quali persone potrebbero davvero beneficiarne.

Il messaggio più solido, per ora, è questo: il microbioma intestinale non è un dettaglio secondario. Potrebbe contribuire a insegnare al sistema immunitario materno come comportarsi durante la gravidanza, aiutandolo a proteggere il feto anziché attaccarlo. È un tassello in più per comprendere un fenomeno complesso e, forse, in futuro potrebbe offrire nuove possibilità a chi oggi si trova a vivere perdite ripetute senza una spiegazione chiara.

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