Un piatto di legumi, verdure e cereali integrali condito con olio extravergine d’oliva può avere effetti che vanno oltre l’apporto di nutrienti. Una parte delle fibre, per esempio, arriva nell’intestino dove diventa nutrimento per i microrganismi che lo abitano. Da questa attività nascono sostanze capaci di interagire con il sistema immunitario e, potenzialmente, con il cervello.
È un percorso affascinante, ma quanto ne conosciamo davvero? Un gruppo di ricercatori ha raccolto le evidenze disponibili in una revisione narrativa pubblicata su Nutrients, concentrandosi sull’invecchiamento cognitivo, sulla malattia di Alzheimer e su quella di Parkinson. La conclusione è prudente: esistono diversi meccanismi biologici plausibili, mentre mancano ancora prove dirette sufficienti per affermare che i cambiamenti del microbiota prodotti dalla dieta mediterranea siano la causa dei suoi possibili benefici neurologici.
Che cosa succede nell’intestino quando cambiamo alimentazione
La dieta mediterranea non coincide con un singolo alimento. È un modello alimentare ricco di verdura, frutta, legumi, cereali integrali, frutta a guscio e olio extravergine d’oliva, che comprende anche pesce e limita il consumo di carni rosse e lavorate. Questa varietà offre ai microrganismi intestinali fibre e altri composti che il nostro organismo, da solo, non utilizza completamente.
Fermentando alcune fibre, i batteri intestinali producono acidi grassi a catena corta, tra cui il butirrato. Queste molecole contribuiscono al funzionamento delle cellule intestinali e possono partecipare alla regolazione delle risposte immunitarie. Anche i composti presenti nell’olio extravergine, nella frutta e nella verdura possono interagire con il microbiota. Il risultato, però, non è identico per tutti: la composizione iniziale del microbiota, lo stato di salute e l’alimentazione nel suo insieme possono modificare la risposta.
Pensare che basti aggiungere un alimento “buono per il microbiota” per ottenere un effetto preciso sul cervello sarebbe quindi una semplificazione. I ricercatori studiano le interazioni fra molti alimenti, microrganismi e sostanze prodotte durante la digestione: un sistema in cui è difficile isolare una sola causa.
Dall’intestino al cervello: il ruolo dell’infiammazione
L’intestino e il cervello comunicano attraverso vie nervose, ormonali e immunitarie. Una delle ipotesi esaminate nella revisione riguarda le barriere che regolano il passaggio di sostanze dall’intestino al sangue e dal sangue al cervello. Se la barriera intestinale funziona meno bene, alcune componenti microbiche possono contribuire a una risposta infiammatoria. Un’infiammazione persistente, a sua volta, potrebbe influenzare processi coinvolti nelle malattie neurodegenerative.
I metaboliti prodotti dal microbiota in risposta all’alimentazione potrebbero intervenire in questa catena, aiutando a mantenere l’equilibrio della barriera intestinale e delle risposte immunitarie. È una spiegazione biologicamente plausibile, sostenuta in parte da studi sperimentali. Una spiegazione plausibile, però, non equivale alla prova che questo percorso prevenga Alzheimer o Parkinson nelle persone.
La cautela è particolarmente necessaria per il Parkinson, per il quale le evidenze umane sui meccanismi che collegano dieta mediterranea, microbiota e progressione della malattia sono ancora limitate. Anche quando si osservano differenze nel microbiota di persone con una malattia neurologica, resta da capire se abbiano contribuito alla malattia o se siano, almeno in parte, una sua conseguenza.
Che cosa mostrano gli studi sulle persone
Una maggiore adesione alla dieta mediterranea è stata associata in diversi studi a esiti cognitivi più favorevoli. Altri lavori hanno osservato cambiamenti nel microbiota delle persone che seguono questo modello alimentare. La domanda decisiva, tuttavia, richiede di unire i due risultati: sono proprio quei cambiamenti intestinali a produrre il beneficio per il cervello?
Secondo gli autori della revisione, oggi questa mediazione non è stata dimostrata in modo convincente. Gli studi disponibili differiscono per durata, popolazioni coinvolte, definizione della dieta e metodi usati per analizzare il microbiota. Inoltre, chi segue più da vicino la dieta mediterranea può avere altre abitudini favorevoli alla salute, come fare attività fisica o curare maggiormente i fattori di rischio cardiovascolare. Separare l’effetto di ciascun elemento è difficile.
Servono quindi studi che seguano le persone nel tempo e misurino insieme alimentazione, microbiota, sostanze prodotte dai microbi, indicatori di infiammazione e salute cognitiva. Solo così sarà possibile capire meglio se il microbiota sia uno dei passaggi attraverso cui la dieta agisce sul cervello e quanto pesi rispetto ad altri meccanismi.
Che cosa significa, oggi, per chi mangia
La ricerca offre una ragione in più per studiare la dieta mediterranea nel suo insieme, ma non una promessa di prevenzione individuale dell’Alzheimer o del Parkinson. Non indica neppure che un probiotico, un integratore o un singolo alimento possa riprodurre i possibili effetti di questo modello alimentare.
Il messaggio più utile, per ora, è anche il più concreto: ciò che mangiamo interagisce con i microrganismi intestinali, e questa relazione potrebbe avere conseguenze per la salute del cervello. La scienza sta ancora cercando di stabilire quali siano, in quali persone si manifestino e attraverso quali meccanismi.


