La dermatofilosi, nota in ambito veterinario come “malattia della pioggia”, non è una nuova infezione. La novità riguarda alcuni cluster umani osservati in Europa tra il 2025 e il 2026, nei quali il batterio sembra essersi trasmesso attraverso il contatto diretto pelle-pelle, anche durante rapporti sessuali, senza la tradizionale esposizione ad animali infetti.
Il segnale merita attenzione epidemiologica, ma non allarmismo: l’ECDC valuta il rischio per la popolazione generale come molto basso e descrive, nei casi finora osservati, manifestazioni cutanee prevalentemente lievi e sensibili agli antibiotici.
Che cos’è la “malattia della pioggia”
La dermatofilosi è una dermatite causata da Dermatophilus congolensis, un batterio Gram-positivo filamentoso appartenente agli actinomiceti. Colpisce soprattutto bovini, ovini, cavalli e altri animali domestici o selvatici. Nell’uomo, fino a poco tempo fa, era considerata una zoonosi eccezionale, descritta soprattutto in allevatori, veterinari, cavalieri, cacciatori e viaggiatori entrati in contatto con animali infetti.
Il nome “malattia della pioggia” deriva dal fatto che, negli animali, umidità persistente e pioggia favoriscono la macerazione della cute e l’attivazione delle forme mobili del batterio. La penetrazione è facilitata da microabrasioni, punture di insetti o zecche e altri danni della barriera cutanea. Si sviluppano così lesioni essudative e crostose, con ciuffi di pelo agglutinati che possono assumere il caratteristico aspetto “a pennello”.
La pioggia è quindi un fattore predisponente importante nella malattia animale, ma non spiega i recenti cluster umani europei.
Che cosa sta succedendo in Europa
Secondo una valutazione rapida pubblicata dall’ECDC il 17 giugno 2026, Francia, Germania, Spagna e Svezia avevano segnalato complessivamente 70 infezioni cutanee, diagnosticate soprattutto tra dicembre 2025 e giugno 2026. I casi riguardavano prevalentemente uomini gay, bisessuali e altri uomini che hanno rapporti sessuali con uomini, spesso frequentatori di saune o altri locali nei quali si verificano contatti fisici ravvicinati. In Norvegia erano stati inoltre segnalati dieci casi collegati alla pratica di arti marziali; laboratori austriaci avevano identificato altri 17 soggetti tra il 2025 e la prima metà del 2026. L’ECDC considera il contatto diretto pelle-pelle la modalità più probabile, senza poter escludere superfici, asciugamani, tappetini o altri oggetti contaminati.
Il dato scientificamente più solido viene dal cluster di Lione e Parigi: nove uomini senza esposizione professionale ad animali e senza recenti viaggi tropicali hanno sviluppato lesioni cutanee dopo esposizioni sessuali potenzialmente collegate. Il sequenziamento genomico di otto isolati ha mostrato differenze di appena 1–5 nucleotidi, compatibili con una trasmissione recente o con una fonte comune. L’incubazione stimata era compresa tra 3 e 14 giorni, con una mediana di circa 6,7 giorni.
Altri quattro casi microbiologicamente confermati sono stati descritti a Stoccolma. Anche questi pazienti non riferivano contatti con animali e le infezioni sembravano essere state acquisite in Svezia, Spagna e Giappone, rafforzando l’ipotesi di una circolazione all’interno di reti di contatto sessuale.
A Basilea sono stati segnalati sei casi: due associati a viaggi in Thailandia e Indonesia e quattro acquisiti localmente, con follicolite genitale o inguinale e nessun contatto animale. Gli isolati appartenevano a un unico cluster genomico, indicato come linea D. congolensis_A. Resta peraltro da chiarire se tutti questi microrganismi siano effettivamente D. congolensis in senso stretto o se il cluster emergente comprenda una linea geneticamente distinta, forse appartenente a una specie di Dermatophilus non ancora descritta.
È diventata una nuova infezione sessualmente trasmessa?
È ancora presto per definirla formalmente una nuova IST. Le evidenze indicano una dermatosi trasmissibile attraverso il contatto fisico ravvicinato, compreso quello sessuale, ma non dimostrano necessariamente una trasmissione attraverso liquidi biologici o mucose.
Nel cluster francese non è stato documentato un contatto sessuale diretto fra tutti i pazienti. Inoltre, non erano stati eseguiti campionamenti ambientali né ricerche sistematiche del batterio sulla pelle di persone asintomatiche. Rimangono quindi possibili sia la trasmissione diretta sia quella indiretta attraverso superfici o oggetti condivisi.
L’ipotesi del contatto cutaneo è sostenuta anche da un cluster osservato tra praticanti di sport da combattimento in Norvegia. Nove casi confermati, nessuno dei quali associato ad animali, presentavano lesioni pustolose soprattutto su viso, braccia, schiena e torace. Gli isolati erano strettamente correlati tra loro e con quelli descritti in Francia e Spagna. Questo studio, tuttavia, risulta pubblicato come preprint e deve quindi essere interpretato con maggiore cautela.
Come si manifesta nell’uomo
Nell’uomo non si presenta sempre con le classiche croste descritte negli animali. Nei cluster europei sono state osservate soprattutto:
- papule eritematose;
- pustole o lesioni simili a follicolite;
- piccole aree desquamanti o crostose;
- prurito variabile;
- localizzazione su genitali, inguine, glutei, cosce, tronco, viso e zona della barba.
I sintomi sistemici sono risultati rari e non sono state generalmente osservate lesioni delle mucose. Il quadro può essere confuso con follicolite stafilococcica, dermatofitosi, mpox, mollusco contagioso, sifilide secondaria o altre infezioni cutanee.
In alcuni pazienti erano presenti anche Staphylococcus aureus o S. lugdunensis, presumibilmente come sovrainfezioni. Questo rende ancora più difficile formulare la diagnosi sulla sola base dell’aspetto clinico.
Diagnosi e trattamento
La diagnosi richiede un tampone o materiale prelevato dalla lesione, seguito da coltura e identificazione microbiologica. Al microscopio il batterio può mostrare la tipica disposizione filamentosa “a binario ferroviario”. Indagini specifiche e sequenziamento genomico permettono una conferma più affidabile, ma il microrganismo può essere trascurato o confuso con contaminanti della cute.
Non esistono ancora protocolli terapeutici umani sostenuti da trial clinici né breakpoint EUCAST specifici. La letteratura è costituita prevalentemente da case report e serie di casi. Gli isolati descritti sono generalmente sensibili a beta-lattamici, tetracicline e macrolidi. Nel cluster francese, amoxicillina o pristinamicina per sette giorni hanno determinato un rapido miglioramento; sono state osservate anche risoluzioni spontanee. La terapia deve comunque essere decisa dal medico, soprattutto perché lesioni simili possono avere cause differenti e richiedere trattamenti diversi.
Qual è oggi il rischio reale?
La valutazione dell’ECDC è rassicurante:
- popolazione generale: rischio molto basso;
- persone con molteplici partner e frequenti contatti pelle-pelle: rischio basso;
- frequentatori di locali con contatti fisici ravvicinati: probabilità di esposizione moderata, ma rischio complessivo ancora basso perché l’impatto clinico osservato è molto lieve.
Non ci sono dati che indichino una diffusione respiratoria, alimentare o attraverso i normali contatti sociali. Non è inoltre giustificato associare l’infezione a un particolare orientamento sessuale: il fattore determinante sembra essere l’intensità del contatto cutaneo, come mostra anche il cluster tra praticanti di arti marziali.
In presenza di papule o pustole insolite e persistenti dopo contatti fisici ravvicinati, viaggi, attività sportive di contatto o esposizione ad animali, è opportuno rivolgersi al medico ed evitare temporaneamente contatti pelle-pelle, condivisione di asciugamani e automedicazione antibiotica. Per proprietari di cavalli o allevatori restano importanti guanti, igiene delle mani, asciugatura della cute degli animali e disinfezione dell’attrezzatura.


