In Italia si discute sempre più spesso di “presa in carico” del paziente oncologico come di un percorso che non riguarda solo chirurgia, chemio o radioterapia, ma tutto ciò che rende una terapia praticabile nel tempo: energia, forza, autonomia, qualità di vita. In questo quadro, la nutrizione torna al centro non come corollario, ma come parte della cura. Il tema è arrivato anche nelle istituzioni: in occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro, il Senato della Repubblica ha ospitato un incontro dedicato al valore della nutrizione medica specializzata in oncologia, promosso in collaborazione con la Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia.
Il motivo è semplice e insieme scomodo: la malnutrizione è ancora una “sfida urgente e sottovalutata” dell’assistenza oncologica, con ricadute su sopravvivenza, tolleranza alle terapie, complicanze, degenze e sostenibilità del sistema sanitario. Eppure, proprio perché è trasversale, la malnutrizione rischia di restare di nessuno: non sempre viene intercettata subito, non sempre trova percorsi strutturati, spesso dipende dal territorio o dalle possibilità economiche della persona.
La malnutrizione non è solo perdita di peso: è perdita di “capacità di cura”
Nel linguaggio comune “mangiare poco” coincide con “dimagrire”. In oncologia, però, la faccenda è più complessa: entrano in gioco cachessia e sarcopenia, cioè quadri in cui il corpo perde massa e funzione muscolare, con effetti a catena sulla forza, sulla mobilità e sulla resilienza fisiologica. Nel materiale presentato al Senato si ricorda che cachessia e sarcopenia possono colpire fino all’80% dei malati in fase avanzata, con un aumento importante della mortalità e una crescita delle complicanze, oltre a degenze più lunghe.
Un altro dato chiave è l’anticipo: circa il 60% dei pazienti oncologici risulta a rischio di malnutrizione già al momento della diagnosi. Se la fragilità nutrizionale è presente dall’inizio, allora non basta intervenire “quando va male”: serve un approccio proattivo, misurabile, tracciabile.
Qui si innesta un passaggio politico rilevante: nel documento si cita l’emendamento alla Legge di Bilancio 2026 che introduce l’obbligo di registrare in cartella clinica gli esiti dello screening nutrizionale, trasformando la presa in carico nutrizionale in qualcosa che può essere verificato e quindi preteso. È un cambio di paradigma: dalla buona pratica alla responsabilità di sistema.
Cosa sono gli ONS e perché non sono “integratori”
Quando si parla di nutrizione medica entrano in campo gli Alimenti a Fini Medici Speciali (AFMS), formulati per la gestione dietetica di pazienti con bisogni specifici, sotto controllo medico. Dentro questa categoria rientrano i Supplementi Nutrizionali Orali (ONS): prodotti pensati per aumentare l’apporto di energia e nutrienti quando la normale alimentazione non basta o non è sostenibile, perché l’organismo non riesce ad assumere, digerire, assorbire o metabolizzare in modo adeguato i cibi comuni.
La distinzione è cruciale anche nella comunicazione al pubblico: un integratore alimentare si rivolge tipicamente a persone sane che vogliono “supportare” uno stato temporaneo, mentre un ONS si colloca nel perimetro clinico, in un paziente fragile, con obiettivi terapeutici e supervisione sanitaria. Questa differenza, spesso sottovalutata, ha conseguenze pratiche: influenza la prescrizione, l’appropriatezza, la rimborsabilità e perfino la percezione del paziente, che può vivere l’ONS come un’ulteriore “cura” (e quindi aderire o rifiutare) più che come un semplice alimento.
La voce dei caregiver: quando la terapia passa dalla cucina
Se in ospedale lo screening nutrizionale è un atto clinico, a casa la nutrizione diventa un lavoro quotidiano. E qui entra in scena la figura del caregiver, spesso familiare o persona di riferimento, che nella realtà gestisce orari, appetito, nausea, preferenze, frustrazioni e piccoli fallimenti ripetuti.
Una ricerca quantitativa condotta da Ipsos BVA per Danone Nutricia, realizzata tra l’1 e il 13 agosto 2025 su 200 caregiver italiani, fotografa bene questa “seconda linea” dell’oncologia: quasi la metà si occupa dei pasti quotidiani e il supporto nutrizionale emerge come uno degli ambiti più complessi. In concreto, il 51% dichiara di occuparsi regolarmente delle faccende domestiche, inclusa la spesa, e il 47% prepara i pasti e si assicura che vengano consumati.
Non è solo organizzazione. Per l’88% dei caregiver, preparare pasti adeguati alle esigenze nutrizionali è una fonte di grande preoccupazione; quasi la stessa quota (87%) è attenta a garantire una dieta equilibrata, mentre l’86% si confronta con inappetenza e alterazioni del gusto dovute alla malattia o ai trattamenti. È un carico che intreccia competenze (capire cosa è “adatto”), emotività (non riuscire a far mangiare chi si ama) e relazione con il sistema sanitario (chiedere indicazioni, ottenere prescrizioni, orientarsi tra regole diverse).
Sul piano dei sintomi osservati, la maggioranza segnala affaticamento e riduzione dell’appetito, con nausea e alterazione del gusto riportate da una quota significativa. E soprattutto, quasi l’80% nota perdita di peso e massa muscolare: l’86% riferisce perdita di peso, l’87% riduzione della massa muscolare e il 78% la compresenza di entrambi i fenomeni. Non sorprende che il 92% si dichiari allarmato di fronte a questi segnali.
ONS: usati, ma non “tenuti”. Il nodo dell’aderenza
Un elemento interessante, perché racconta la distanza tra potenziale e realtà, è l’uso degli ONS nel percorso di cura. Dalla stessa indagine emerge che 6 pazienti su 10 li abbiano assunti almeno una volta, ma solo 1 su 4 li assume regolarmente (25%). Il 35% li usa per periodi inferiori a due mesi e il 40% non li assume o non ne conosce l’uso. Anche il “quando” conta: per molti entrano in scena durante il trattamento più che all’inizio, cioè quando i problemi nutrizionali sono già evidenti.
La regolarità non dipende solo dalla volontà: dipende da nausea, sazietà precoce, monotonia, stanchezza, gusto alterato. Nei materiali informativi diffusi sul tema si sottolinea quanto sapori e consistenze siano determinanti per mantenere continuità e adesione, proprio perché l’assunzione deve reggere settimane o mesi, non un paio di giorni. È un punto spesso considerato “minore”, ma nella vita vera è un punto di rottura: se il paziente rifiuta, l’intervento fallisce.
Accesso diseguale: se il diritto cambia da Regione a Regione
L’altra frattura è strutturale: l’accesso. Nella survey, i caregiver dicono chiaramente che facilità di prescrizione e sostenibilità economica guidano le scelte: l’89% considera determinante ottenere con facilità la prescrizione e l’84% valuta importante un prezzo abbordabile. In parallelo, nel documento si ribadisce che in Italia gli ONS non sono ancora inclusi nei LEA, con disuguaglianze territoriali e costi che possono ricadere sui pazienti.
All’evento al Senato, la Senatrice Licia Ronzulli ha sintetizzato l’implicazione etica e politica: in molte Regioni l’accesso agli ONS sotto supervisione clinica è limitato o legato alla capacità di spesa, e questo genera disuguaglianze non compatibili con un servizio sanitario universalistico. Sulla stessa linea l’On. Maria Elena Boschi, che richiama l’idea di un diritto di cura che non può dipendere dal “codice di avviamento postale”.
Nel materiale viene citato anche un esempio regionale: Lombardia, dove dal 2021 è previsto un modello di fornitura gratuita per pazienti oncologici in terapia attiva, con screening obbligatorio e una rete di centri di nutrizione clinica. Il messaggio, qui, non è celebrativo: è dimostrativo. Se un’organizzazione territoriale rende la nutrizione “presa in carico” e non scelta individuale, l’accesso diventa più uniforme e misurabile.
Economia e bioetica: perché “conviene” e perché è giusto
L’argomento economico torna con forza nei documenti presentati. Il Riccardo Caccialanza, direttore della nutrizione clinica presso la Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo e docente all’Università degli Studi di Milano, sottolinea che la prescrizione di ONS è associata a miglioramento dello stato nutrizionale, della massa muscolare e dello stato funzionale, e che l’impiego appropriato può tradursi in risparmi medi fino al 12% in ambito ospedaliero e al 9% nei contesti territoriali, grazie alla riduzione di degenze prolungate, complicanze e riospedalizzazioni.
Questi numeri si inseriscono nella revisione narrativa dell’Italian Intersociety Working Group for Nutritional Support in Cancer Patients, che mette a fuoco anche le barriere: formazione insufficiente degli operatori, assenza di protocolli standardizzati, politiche frammentate e rimborsi disomogenei. A valle, la conclusione è netta: combinando imperativi etici, benefici clinici ed evidenze economiche, emergono solide ragioni per una copertura completa degli ONS per i pazienti oncologici malnutriti, idealmente attraverso politiche nazionali e strumenti come l’aggiornamento dei LEA.
La parte forse più interessante, per un pubblico non specialistico, è la dimensione bioetica: rendere l’accesso alla nutrizione dipendente dalla disponibilità economica “tradisce” l’obiettivo stesso dell’assistenza sanitaria, che è preservare la vita e favorire il recupero. In altre parole, la nutrizione non è un optional: è un prerequisito della cura, e quindi un banco di prova dell’equità.
Cosa significa, in pratica, per pazienti e famiglie
Se c’è una sintesi possibile, è questa: parlare di nutrizione in oncologia non significa parlare di “diete perfette”, ma di rendere le terapie più tollerabili e le persone più forti nel momento in cui servono forza e continuità. I dati dei caregiver raccontano che il bisogno è già in casa, visibile nel peso che cala e nella massa muscolare che si riduce, e che la gestione quotidiana ricade su chi assiste. Le scelte, però, non possono essere lasciate alla sola buona volontà, perché si scontrano con ostacoli clinici, pratici e territoriali.
L’obbligo di registrare lo screening nutrizionale e l’idea di inserire gli AFMS nei LEA vanno letti come due leve complementari: la prima rende il problema “misurabile” e quindi non ignorabile; la seconda punta a renderlo “garantito”, cioè non dipendente dalla fortuna geografica o dal portafoglio. Nel mezzo restano la formazione dei professionisti, protocolli condivisi e una comunicazione chiara che aiuti a distinguere tra soluzioni cliniche, come gli ONS sotto supervisione, e prodotti destinati ad altri contesti.
In definitiva, l’oncologia di oggi non può permettersi di considerare la nutrizione una nota a margine. È una parte della cura che si gioca tra ospedale e casa, tra cartella clinica e tavola, tra diritti dichiarati e diritti realmente esigibili. E se davvero “nutrirsi è curarsi”, allora il modo in cui un sistema sanitario organizza, prescrive e rimborsa la nutrizione medica diventa una misura concreta della qualità e dell’equità delle cure.


