Per moltissimo tempo abbiamo pensato ai batteri soltanto come a nemici da combattere. Le scoperte degli ultimi decenni hanno però ribaltato questa prospettiva, mostrando una realtà molto più interessante: il corpo umano è un ecosistema complesso, abitato da trilioni di microrganismi. Questo insieme, che comprende batteri, virus, lieviti e Archaea, viene chiamato microbiota. Se quello intestinale è senza dubbio il più noto e studiato, esiste un’altra comunità microbica altrettanto decisiva per la salute e il benessere della donna: il microbiota vaginale.

I primi segnali della sua esistenza risalgono al 1892, quando il ginecologo tedesco Albert Döderlein isolò per la prima volta un batterio lattico da un campione vaginale. Da quel momento la ricerca ha compiuto enormi passi avanti, chiarendo che il microbiota vaginale non è una presenza passiva, ma un microecosistema raffinato, dinamico e strettamente legato alla salute riproduttiva femminile.

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Lattobacilli vaginali, gli attori protagonisti

La parte batterica di questo ambiente è dominata, nella maggioranza dei casi, dal genere Lactobacillus. Questi microrganismi funzionano come vere sentinelle: creano una barriera protettiva grazie a un meccanismo definito “resistenza alla colonizzazione”. In pratica competono con i patogeni per lo spazio e per l’adesione alla mucosa vaginale e ne ostacolano la crescita producendo acido lattico, perossido di idrogeno (la comune acqua ossigenata) e batteriocine, proteine con attività antibatterica. 

La moderna classificazione descrive oggi cinque assetti principali di microbiota vaginale, i Community State Type (CST). Quattro sono caratterizzati dalla predominanza di diverse specie di lattobacilli, tra cui Lactobacillus iners, Lactobacillus crispatus, Lactobacillus gasseri e Lactobacillus jensenii. Il quinto, invece, presenta una minore presenza di lattobacilli e una maggiore abbondanza di batteri anaerobi: una configurazione considerata più instabile e più incline alle infezioni.

A guidare l’equilibrio di queste sentinelle microscopiche è soprattutto la componente ormonale. Il legame tra microbiota vaginale ed estrogeni è infatti strettissimo. Gli estrogeni favoriscono l’accumulo di glicogeno nelle cellule dell’epitelio vaginale; i lattobacilli utilizzano questo glicogeno come nutrimento e, trasformandolo, producono acido lattico. Il risultato è un pH vaginale molto acido, un ambiente poco ospitale per molti batteri potenzialmente dannosi. 

Questa dipendenza dagli ormoni spiega perché il microbiota vaginale cambi in modo marcato nelle diverse fasi della vita. Alla nascita, l’influsso degli estrogeni materni rende la vagina ricca di glicogeno e lattobacilli, ma dopo il calo ormonale il pH tende ad aumentare. Con la pubertà e la ripresa della produzione estrogenica, i lattobacilli tornano a proliferare e a esercitare la loro funzione protettiva durante l’età fertile. In menopausa, invece, la riduzione degli estrogeni comporta meno glicogeno e meno lattobacilli, con conseguente innalzamento del pH: un terreno che favorisce atrofia, secchezza e un aumento del rischio di infezioni urogenitali ricorrenti.

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Eubiosi, disbiosi e infezioni vaginali

Quando questo equilibrio, chiamato eubiosi, si rompe, si parla di disbiosi: una condizione che facilita disturbi molto comuni e spesso fastidiosi come la vaginosi batterica e le vaginiti micotiche da Candida albicans. È importante ricordare che la vaginosi batterica non è una malattia sessualmente trasmessa dovuta all’ingresso di un patogeno esterno, ma nasce da una crescita eccessiva di batteri anaerobi – per esempio Gardnerella vaginalis – che prendono il sopravvento sui lattobacilli. Spesso l’innesco è la formazione di un biofilm batterico resistente, capace di proteggere i microrganismi “ribelli”. Anche se i rapporti sessuali non rappresentano la causa diretta, possono modificare il pH vaginale e favorire il trasferimento di batteri, contribuendo alla disbiosi. E una vagina in disbiosi, perdendo parte della sua barriera, diventa più vulnerabile, con un aumento del rischio di contrarre infezioni sessualmente trasmesse come HPV, Herpes simplex e HIV.

Un aspetto particolarmente interessante è che l’ambiente vaginale non è un sistema isolato. Esiste un dialogo costante tra microbiota vaginale e microbiota intestinale. L’intestino, infatti, funziona come un serbatoio: microrganismi benefici e potenziali patogeni possono migrare dall’area rettale verso la vagina. Una flora intestinale ricca di lattobacilli si associa spesso a una minore incidenza di vaginosi, mentre la presenza rettale di patogeni può contribuire alle recidive delle infezioni vaginali. Inoltre, uno stato infiammatorio cronico intestinale può riflettersi a livello sistemico, creando condizioni favorevoli allo squilibrio anche nell’ecosistema vaginale.

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Fertilità e gravidanza

Le conseguenze del microbiota si estendono in modo profondo anche a fertilità e gravidanza. Un ambiente vaginale povero di lattobacilli e più ricco di patogeni è stato messo in relazione con minori tassi di impianto embrionale, anche nei percorsi di procreazione medicalmente assistita. In gravidanza, poi, la stabilità del microbiota vaginale – spesso sostenuta dall’aumento dei lattobacilli indotto dagli ormoni – diventa un elemento chiave: le disbiosi possono attivare processi infiammatori rischiosi, aumentando la probabilità di parto pretermine e di infezioni intrauterine come la corioamnionite.

Di fronte alle alterazioni del microbiota vaginale, anche l’approccio terapeutico sta cambiando rapidamente. Antibiotici e antimicotici restano utili nelle fasi acute, ma da soli spesso non risolvono il problema alla radice e lasciano spazio a recidive frequenti, perché non ripristinano la normale popolazione di lattobacilli. Per questo la ricerca sta puntando con crescente interesse sui probiotici. Ceppi selezionati come Lactobacillus rhamnosus, Lactobacillus reuteri e Lactobacillus crispatus, assunti per via orale o applicati localmente, hanno mostrato la capacità di favorire la colonizzazione, contrastare la formazione di biofilm patogeni e riportare l’ambiente vaginale verso la sua fisiologica acidità.

Infine, non va trascurato il ruolo dell’alimentazione. Ciò che mangiamo modella il microbiota intestinale e, indirettamente, può influenzare anche l’equilibrio vaginale. Una dieta ricca di grassi saturi e ad alto carico glicemico, con frequenti picchi di zuccheri nel sangue, favorisce infiammazione e stress ossidativo, condizioni che possono facilitare le vaginosi batteriche. Al contrario, un’alimentazione ricca di fibre prebiotiche – come quelle presenti in verdura, legumi e cereali integrali – sostiene l’eubiosi intestinale e si associa a una riduzione delle infezioni vaginali, ricordandoci ancora una volta che la salute femminile nasce da un equilibrio globale, delicato e interconnesso.

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