La colonscopia è un’indagine diagnostica preziosa e molto prescritta in gastroenterologia, generalmente ben tollerata dalla maggioranza delle persone, anche se può essere poco gradita a molti. 

Oltre che per la diagnosi e il monitoraggio di diversi disturbi e patologie intestinali, prime tra tutte le malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD, Inflammatory Bowel Disease), la colonscopia viene utilizzata come secondo step dello screening del tumore del colon-retto, nei casi risultati positivi all’esame emocolturale sulle feci.

A prescindere dall’indicazione per la quale viene eseguita, per poter ottenere informazioni ottimali da questa indagine endoscopica è fondamentale effettuare una preparazione preliminare, attraverso un adeguato lavaggio intestinale. 

Questa irrinunciabile fase di pulizia del colon può avere, però, un impatto destabilizzante sul microbiota residente, con conseguenti fastidi addominali nei giorni successivi alla procedura. La buona notizia è che esistono alcuni accorgimenti per prevenire, almeno in parte, questi disagi.

L’impatto della colonscopia sull’ecosistema intestinale

«Benché spesso venga sottovalutata dai pazienti», spiega in un’intervista a Microbioma.it Lorenzo Fuccio, professore associato di Gastroenterologia dell’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, «la preparazione intestinale è il momento più importante della colonscopia, poiché è cruciale per pulire le pareti del colon da detriti che inficerebbero la visione e la corretta valutazione di possibili lesioni, impedendo di ottenere informazioni diagnostiche di elevata qualità. D’altro canto, negli ultimi anni, si è compreso che, in qualunque modo sia attuato, il lavaggio intestinale preparatorio costituisce uno stress importante per l’intestino e, soprattutto, per il microbiota che lo abita».

Per un’accurata pulizia del colon è, infatti, necessario effettuare un lavaggio abbastanza violento, sia del lume sia della mucosa, che va a rimuovere gran parte dei batteri di norma presenti nel materiale fecale o adesi al muco che riveste l’epitelio intestinale.

«In aggiunta», sottolinea lo specialista, «le operazioni di pulizia preliminare, così come il successivo inserimento della sonda per la colonscopia, introducono nel lume intestinale ossigeno proveniente dall’ambiente esterno, mettendo ulteriormente in difficoltà i batteri anaerobi che costituiscono la parte prevalente della popolazione microbica presente nel colon. Benché i dati a riguardo restino da chiarire, un altro aspetto potenzialmente destabilizzante per il microbiota intestinale sembra essere anche il regime alimentare dei giorni che precedono la colonscopia, poiché riducendo la quota di fibre che arrivano nell’intestino si possono alterare i rapporti di abbondanza tra le diverse specie batteriche residenti. Infine, è noto che quando viene somministrata una preparazione intestinale, la motilità enterica viene molto aumentata e anche questo fenomeno incide su composizione e funzionalità del microbiota».

Come attuare una preparazione più delicata

Nel complesso, tutta la fase che precede la colonscopia comporta uno shock acuto per l’intestino. 

«Per attenuarlo», sottolinea l’esperto, «attualmente, viene suggerito di assumere la preparazione intestinale in due momenti distinti, anziché in un’unica occasione, effettuando il cosiddetto “splitting” della preparazione intestinale. In sostanza, ciò significa utilizzare mezza dose il giorno prima e l’altra mezza dose il giorno stesso dell’esame, al mattino. È stato osservato che questo approccio, oltre ad agire in modo meno aggressivo sull’intestino ed essere meglio tollerato dai pazienti, è anche più efficace ai fini della pulizia intestinale e permette di vedere meglio le pareti ed eventuali alterazioni presenti nella mucosa».

Nonostante questo accorgimento, tuttavia, il microbiota va incontro a una disbiosi acuta transitoria significativa, con variazione della diversità e dell’abbondanza delle specie batteriche presenti a livello luminale e mucosale. 

«Sulla base dei limitati dati di letteratura disponibili», precisa l’esperto, «a indurre la disbiosi transitoria non sono tanto il particolare tipo di preparazione utilizzata né i volumi introdotti, ma la modalità stessa del lavaggio intestinale, e ciò rende questo inconveniente pressoché inevitabile quando ci si appresta a effettuare una colonscopia. Di fatto, l’unica possibilità di ridurre in parte l’effetto destabilizzante sull’intestino è quella di splittare il lavaggio preparatorio in due momenti».

Se la disbiosi intestinale è già presente

Nelle persone che già presentano una disbiosi intestinale prima di effettuare il lavaggio del colon, la somministrazione dei lassativi meccanici, ad azione irritante, potrebbe favorire la comparsa di processi infiammatori acuti a carico della mucosa.

«I pazienti che soffrono di IBD, come rettocolite ulcerosa o malattia di Crohn, oppure di altre condizioni infiammatorie intestinali preesistenti, conclamate o subcliniche, o caratterizzati da ipersensibilità intestinale, come quella tipica della sindrome dell’intestino irritabile (IBS, Irritable Bowel Syndrome) e che devono sottoporsi a colonscopia», aggiunge il prof. Fuccio, «possono sperimentare fastidi più accentuati in termini di disbiosi e infiammazione aggiuntiva, che può favorire la slatentizzazione clinica o la riacutizzazione della patologia fino a quel momento controllata dalla terapia». In particolare, questa eventualità è stata dimostrata nei pazienti affetti da IBD.

«Al contrario, nel caso dell’IBS», precisa lo specialista, «dati recentemente pubblicati, raccolti anche in Centri clinici italiani, indicano che la preparazione per la colonscopia può indurre disturbi lievi-moderati (dolore, gonfiore e discomfort addominale), che hanno il loro picco nei 3-4 giorni successivi l’esecuzione dell’esame e che possono impiegare fino a 4 settimane per esaurirsi completamente. Questa tempistica è in linea con l’evidenza che il microbiota intestinale è dotato di una resilienza intrinseca, che gli permette di ristabilire autonomamente l’equilibrio originario dopo una destabilizzazione indotta da uno stress acuto. Nei soggetti privi di problematiche intestinali, il ripristino dell’equilibrio intestinale è un po’ più rapido, richiedendo circa 2-3 settimane, mentre nelle persone più fragili sul piano enterico sono di norma necessari tempi più lunghi».

Per proteggere il microbiota prima e dopo l’esame

Per preparare l’intestino allo shock associato al lavaggio intestinale pre-colonscopia e limitare i disagi nei giorni o nelle settimane successivi, si può ricorrere ad alcuni rimedi “protettivi”.

«Innanzitutto», premette lo specialista, «i pazienti devono essere rassicurati sul fatto che la colonscopia, ancorché non piacevole, è una procedura sicura e che la sua tollerabilità può essere aumentata dall’impiego di anidride carbonica (CO2), anziché di acqua, durante la procedura. Quindi, quando il medico la ritiene necessaria, va senz’altro eseguita ai fini dello screening oncologico o della diagnosi/monitoraggio di diverse patologie intestinali. Inoltre, benché i fastidi post-procedura non siano infrequenti, la quota di pazienti che sviluppano disagio addominale di una certa importanza dopo l’esame sono una minoranza, pari a circa uno su cinque».

Quando compaiono, i sintomi che seguono la colonscopia sono generalmente lievi-moderati e possono comprendere, oltre al dolore, al gonfiore e al disagio addominale, anche difficoltà digestive (dispepsia) e reflusso gastroesofageo, transitori e a risoluzione spontanea.

«In base ai risultati di uno studio condotto in dieci Centri di Gastroenterologia presenti sul territorio italiano, per un totale di circa 800 pazienti arruolati», segnala il prof. Fuccio, «le categorie di persone maggiormente a rischio di sviluppare fastidi dopo la colonscopia sono le donne, chi ha la tendenza alla somatizzazione intestinale (come, per esempio, i pazienti affetti da IBS o da stress, ansia/depressione) e le persone con un profilo psicologico caratterizzato da negatività (bad mood). In sostanza, gli aspetti che rendono più probabili i fastidi gastrointestinali dopo la procedura endoscopica sono più psicoemotivi che organici. In questi casi, è stato osservato che la somministrazione di miscele multistrain di fermenti lattici probiotici ad alto dosaggio, nelle 2-4 settimane che precedono la colonscopia, permette di attenuare sia l’entità sia la durata dei possibili sintomi gastrointestinali post-colonscopia, fino a renderli trascurabili».

Sulla base di queste evidenze, almeno alle persone con un “profilo psicologico a rischio” che devono sottoporsi alla colonscopia può essere raccomandata l’assunzione di un preparato probiotico adeguato, a scopo preventivo. Per tutti gli altri, lo stesso accorgimento può essere comunque vantaggioso, dal momento che contribuisce a migliorare l’equilibrio intestinale di base e a ridurre la probabilità che insorgano disagi intestinali minori.